Monica's profileLA VERITA' SULLA PSICHIA...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    March 26

    Contenzione psichiatrica: pazienti di nome, prigionieri di fatto

    I manicomi sono stati aboliti trent’anni fa, ma ancora oggi dietro le porte dei servizi psichiatrici le persone che hanno un disturbo mentale sono spesso trattate come se non avessero gli stessi diritti degli altri cittadini, con metodi che farebbero giustamente scandalo persino se venissero attuati su pericolosi criminali o terroristi.

    A volte bisogna arrivare al morto prima che la magistratura intervenga. Come successo di recente nel reparto psichiatrico dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Giuseppe Casu non voleva lasciare la sua bancarella abusiva vicino al Municipio e per questo ha subito un trattamento di sette giorni, dove è rimasto legato mani e piedi con cinghie e sedato con psicofarmaci. E' morto per embolia, le indagini devono ora accertare se può esserci un collegamento con la contenzione eccessivamente lunga. [1]

    In tre centri psichiatrici su quattro i ricoverati vengono legati ai letti; mille persone subiscono ogni giorno trattamenti dell'orrore, venendo immobilizzate in letti di contenzione per ricevere trattamenti farmacologici e "terapie iniettive". [2][3] I servizi psichiatrici ospedalieri italiani (SPDC) sono molte volte a porte chiuse e dotati di sistemi di videosorveglianza; sui pazienti vengono praticati elettroshock, spesso con atti di violenza, calci o pugni. Numerose testimonianze raccolte da genitori disperati hanno confermato come tali violenze siano state praticate anche sui loro figli minori in reparti psichiatrici italiani. E' una realtà a cui è difficile credere, ma che denuncia lo stesso Unasam, l'Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale. [4]

    Anche in altri stati si fa uso di “letti di contenzione” in cliniche per adulti o bambini e l'Unione Europea il 17 agosto 2004 ha condotto un'interrogazione parlamentare, che però non ha portato a sostanziali cambiamenti.
    Questa pratica viola i diritti umani, degrada la persona e la emargina dalla società. In Italia non ci sono norme specifiche, ma gli abusi sono comunque soggetti al Codice Penale. 
    L'articolo 605 stabilisce che "chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni". L'articolo 571 disciplina l'abuso dei mezzi di correzione e disciplina. [5] Ma nonostante ciò il diritto alla libertà personale, come espresso dall'articolo 13 della Costituzione, è costantemente violato. I crimini non vengono sempre denunciati, perché l'accesso ai reparti psichiatrici non è consentito a chiunque e i pazienti sedati sono incapaci di reagire. Non si capisce come possano esserci pratiche medioevali, così brutali e  alienanti, ancora largamente diffuse in reparti di ospedali pubblici e privati.

    Promuovere buone pratiche assistenziali significa mettere in discussione prioritariamente la contenzione (cioè la pratica di legare le persone ai letti). La letteratura sull’argomento dimostra che le camicie di forza farmacologiche e fisiche coincidono sempre con un aumento delle infezioni e delle lesioni da decubito, determinando una rapida perdita di abilità e alienazione.
    Questi abusi si verificano nei nostri ospedali quando la gente e la politica smettono di vigilare.

    Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani esiste per denunciare alle Istituzioni tali abusi e informare i cittadini per sensibilizzarli sulle violazioni dei diritti umani perpetrati ai danni delle categorie più deboli e perché possano difendere i propri cari. A tal proposito, è possibile visitare una importante ed istruttiva  mostra itinerante, organizzata dal CCDU, la prossima tappa sarà a Firenze dal 26 marzo al 9 aprile.

    [1] http://www.superabile.it/web/it/REGIONI/Sardegna/News/info-277846308.html
    [2] http://www.corriere.it/salute/08_dicembre_08/psichiatria_malati_legati_l...
    [3] http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=58493
    [4] http://archiviostorico.corriere.it/2004/dicembre/16/Troppi_malati_legati...
    [5] http://www.altalex.com/index.php?idnot=36773

    January 20

    Richiesta di rinvio a giudizio per gli Psichiatri accusati della morte di Luca Gambini

    L’ennesima dimostrazione dell’inumanità dei reparti psichiatrici e della psichiatria

    Sullo psichiatra M.G., la sua collega, A. D. M. oltre agli infermieri E. C., C. G. e L. C. pende una richiesta di rinvio a giudizio nella causa penale che dovrà accertare la verità sulla morte del povero Luca Gambini. I capi d’accusa sono omicidio colposo, cooperazione nell’omicidio, negligenza, imperizia e imprudenza. Quello che successe in quelle drammatiche 20 ore è riportato nel dispositivo del Tribunale di Perugia. Da qui emerge chiara l’accusa che nessuno si prese effettivamente cura della persona e che per questa ragione Luca morì.

    Il nostro Comitato è stato contattato dalla famiglia che non sa darsi pace per l’accaduto e ci ha comunicato quanto sopra inviandoci il documento via fax. Il timore che queste persone la passino liscia è vissuto dalla famiglia con un ansia indicibile e con le lacrime agli occhi, così ci parla la sorella di Luca, Cristina. Dalla famiglia abbiamo ricevuto diverse telefonate tutte con una disperata richiesta di aiuto ma con la determinata volontà di ottenere giustizia e chi ha sbagliato deve pagare. Non solo per il fatto in se, ma soprattutto per evitare che altre persone subiscano la stessa sorte.

    Come Comitato la verità che constatiamo ogni giorno è che sono cambiati i luoghi, ma non i metodi e medesima è la totale mancanza di umanità e rispetto.

    Negli anni 90 fummo artefici di 30 blitz nei residui manicomiali dove documentammo un orrore così indicibile da segnare per sempre i nostri ricordi. Eppure nessuno degli psichiatri ed operatori, direttamente responsabili di quella spaventosa condizione in cui versavano le persone rinchiuse, fu mai perseguito dalla legge.

    Alcuni subirono solo un trasferimento, come se la sofferenza per decenni di migliaia di persone non contasse nulla. Ora ci sono gli SPDC e tutte le altre sigle con cui sono chiamati i reparti psichiatrici, ma il trattamento, non è cambiato. Le denunce che regolarmente riceviamo parlano di ricatti, violenze, stupri. Ma il fatto paradossale è che chi in seguito valuta tali abusi sono gli stessi psichiatri.

    In una mail ricevuta recentemente una ragazza di 15 anni riferisce che vive nel terrore perché la psichiatra che l’ha in carico la minaccia di farle un TSO se non assume psicofarmaci. Un altro caso simile lo abbiamo segnalato a Cerveteri e molti altri ci vengono segnalati.

    In Italia, come in molti altri paesi, manca la cultura del danno. Si da per scontato che la psichiatria sia li per aiutare, o come amano dire, per curare la malattia mentale, ma gli abusi sono così numerosi che la domanda che sorge spontanea è: che tipo di medicina è questa?

    http://www.ccdu.org/

    January 16

    Giovane ridotto in Gravi condizioni dalle "cure" psichiatriche

    La sera del 29 dicembre volontari del CCDU (Comitato dei Cittadini per Diritti Umani nel campo della salute mentale) si sono recati in visita presso gli Spedali Riuniti di Livorno, al Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura X° Padiglione a far visita ad un amico, S.P., trentenne, ricoverato in Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.) il pomeriggio precedente.

    Il giovane si trovava in uno stato di totale incapacità di parlare, poiché a causa degli effetti collaterali degli psicofarmaci somministratigli contro la sua volontà, la bocca rimaneva completamente aperta permanentemente, mentre la lingua roteava vorticosamente. Non riusciva a camminare e dopo pochi passi si accasciava al suolo. A tratti rantolava ed aveva grossi problemi a respirare. Scioccati da quanto veduto, abbiamo documentato le condizioni del giovane fotografandolo. Ci domandiamo come fa la medicina a ridurre in questo stato una persona in così breve tempo quando dovrebbe essere supposta a curare. Abbiamo espresso la nostra preoccupazione per la salute del ragazzo al personale infermieristico, pensando che lo facessero visitare da un medico, ma ci hanno risposto che erano gli effetti "normali", così li ha definiti una di loro, degli psicofarmaci. Alle nostre insistenze hanno risposto con un atteggiamento indisponente e arrogante, che loro curano ogni giorno pazienti psichiatrici, mentre noi parliamo solo per ideologia.

    Conosciamo il ragazzo da un anno e poiché è da tempo domiciliato vicino a noi abbiamo avuto spesso occasione di vederlo. Conduce una vita normale nel suo appartamento, lavorando presso un fornaio ed ha una fidanzata. Mai una multa, o ubriacatura o abbia creato qualche problema. Due di noi lo hanno visto la vigilia di Natale ed era perfettamente sereno.

    A provocare il T.S.O. sarebbe stato, secondo i genitori del giovane e comunicato a noi e al suo medico curante, una discussione col padre. Un giornale aveva scritto che il litigio si era verificato con la madre, mentre un' infermiera ci ha raccontato una versione ancora diversa.

    Lui al momento non è stato capace di raccontarci la sua versione dei fatti e non lo potrà fare finché è sedato così pesantemente.

    Crediamo che sia una drammatica violazione dei diritti fondamentali dell'uomo "incarcerare" una persona senza processo e senza che abbia commesso alcun reato imponendogli trattamenti contro la sua volontà che possono danneggiare in modo permanente sia la salute psicofisica dell'interessato, sia la sua vita sociale e lavorativa per sempre. Fino a quando sarà tollerato che con un litigio, o una cosa simile, una persona possa essere privata della sua libertà con "giustificazioni" sanitarie, nessuno, e diciamo nessuno, è al sicuro dato che la psichiatria in questo modo si è elevata al di sopra della legge e può prendere chiunque.

    Il giovane ha nominato a difenderlo in questo procedimento l'Avvocato Francesco Miraglia di Modena. Il CCDU da decenni si batte per rendere i diritti dell'uomo una realtà, specialmente per coloro cui sono negati, a causa delle diagnosi psichiatriche. Il vero problema è la mancanza culturale che i trattamenti psichiatrici, contenzione, psicofarmaci, elettroshock etc, sono dannosi, sempre.

    Il CCDU invita chiunque sia stato danneggiato da trattamenti psichiatrici o abbia subito abusi nel campo della salute mentale, nonché tutti coloro che ne sono stati testimoni a denunciare l'accaduto tramite la pagina Contatti.

    http://www.ccdu.org/

    December 19

    Cosa sta accadendo nelle scuole?

    La testimonianza di una mamma

    "Abito a Campolongo al Torre (UD) e sono una mamma di un bimbo di 4 anni e mezzo che frequenta il secondo anno della scuola materna. Le maestre di questa scuola sono delle buone insegnanti ma, come ormai ovunque, sono state indottrinate con la psicologia, tanto è vero che esse stesse mi hanno esplicitamente detto che loro rispondono ad una circolare inviata a tutto il comprensorio delle scuole, che prevede "l'inquadramento" di tutti i bambini. Pertanto le schede vengono valutate e quelle "preoccupanti" vengono subito prese in esame da un referente del distretto sanitario preposto; non mi hanno chiarito tutti i passaggi, ma sono automatici.

    Ma veniamo al punto: secondo le maestre mio figlio non arriva neppure a soddisfare le aspettative di un bimbo di un anno! Mi hanno presentato delle schede di valutazione, a detta loro studiate da varie equipe di psicologi infantili, con due colonnine in parte, la prima segnata con un sì, l'altra con un no, a secondo di cosa lui sapesse o non sapesse fare. Mi hanno detto che non erano nemmeno costrette ad avvertirmi prima di mandare le schede all'equipe, ma che il loro compito era esclusivamente quello di informarmi che mio figlio ha un urgente bisogno di essere sottoposto ad una visita neurologica e di iniziare così un iter che lo porterà attraverso psicologi, visite, encefalogramma, logopedia… Ma a me sa di fregatura. Alla fine, se non sto con loro, sto contro di loro e mio figlio ne pagherà le conseguenze, facendomi capire che il mio rifiuto di proseguire in tale procedura le esonererebbe dall'impegno di aiutare mio figlio… Hanno addirittura affermato che alle scuole elementari la situazione potrebbe peggiorare, perché, testuali parole, "le scuole dell'obbligo bisogna farle, altrimenti le mandano la polizia a casa, le tolgono il bambino e lo affidano agli assistenti sociali". Certo che le scuole sono obbligatorie, non ho detto alle maestre che non lo volevo mandare più a scuola… questa mi sembra un'intimidazione! Ho molte amiche nelle mie stesse condizioni e per tutte vale lo stesso discorso: se non fai quello che ti dicono, trattano tuo figlio come uno di serie B: lo escludono e lo abbandonano, probabilmente per ripicca e per dimostrare alle madri che avevano ragione e "in questa guerra" gli unici che ci perdono, in un modo o nell'altro, sono i bambini! Sono veramente molto affranta. Mi sento spodestata della mia figura genitoriale, non ho più voce in capitolo. Mio figlio non parla benissimo, ma chiunque, sentendolo parlare, capisce il suo discorso. E' un po' timido e non ama giocare con i bimbi che lo picchiano e lo tirano per un braccio, ma penso sia normale. Certe volte non risponde alla domande in modo esaustivo, ma in generale è un bambino tranquillo e felice. Per me non ha nessuna importanza che mio figlio sia più o meno intelligente, più o meno furbo, più o meno fenomenale: voglio solo che sia felice! Anche mio marito, che conosco dall'infanzia, ha avuto molti più problemi di mio figlio, era chiuso, introverso… Ma comunque, bene o male, ha finito le scuole, è diventato un adulto responsabile e serio… è un marito esemplare, è paziente e passa il sabato sera a giocare con suo figlio. Questa è la verità! Nessuno può decidere che persona sarai un domani. Non dai risultati psicologici o scolastici. Lo dimostrano Einstein, somaro fino alle scuole medie, Leonardo da Vinci considerato un eccentrico, al limite della pazzia, Newton, figlio di contadini, ritenuto alquanto strano. Che ne sarebbe stato di loro se fossero dei bambini oggi?" (lettera firmata)

    Questa è solo una delle tante testimonianze che riceviamo da genitori preoccupati.

    Il Piemonte e il Trentino sono le prime due regioni italiane che hanno approvato una legge che pone il divieto assoluto dei test psicologici nelle scuole; ora questa legge è approdata in Parlamento.

    Per poter crescere felici, i bambini devono essere responsabili delle loro azioni senza dipendere da cure psicologiche o psicofarmaci per essere dei "bravi bambini". I bambini d'oggi saranno i futuri leader del domani!

    Ogni genitore ha il diritto di rifiutare il permesso alla scuola di sottoporre suo figlio a qualsiasi questionario psicologico o psichiatrico, test o valutazione (VADEMECUM PER I GENITORI www.ccdu.org). E' il futuro dei nostri bambini che è in gioco.

    http://www.ccdu.org/

    November 04

    Morte in psichiatria, «Vogliamo la verità»

    Dramma senza perché, la famiglia chiede aiuto. La terribile storia di Renata Laghi, passata da una visita a un ricovero da incubo. E stroncata da un infarto dopo dieci giorni di sofferenza. I familiari: «Vogliamo solo capire chi ha sbagliato». Destino o malasanità?

    «In questo momento non abbiamo ancora deciso cosa fare. Sulla morte della mamma rimangono ancora tanti dubbi, tante cose da chiarire. Tanta rabbia e tanto dolore. Sarebbe importante capire. Una cosa di questo tipo non deve più capitare, a nessuno e per nessun motivo. Ma se qualche associazione non ci viene in aiuto è difficile pensare di poter andare avanti da soli...».

    Dieci giorni dopo la morte di Renata Laghi, avvenuta in circostanze poco chiare il 6 ottobre scorso nel reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Forlì, il figlio Roberto si sforza di riprendere le fila del discorso, di analizzare la situazione. Ma è ancora troppo presto per avere le idee chiare. «Tutto è successo in fretta, non c’è stato il tempo di ricostruire i dettagli, le testimonianze delle persone che hanno visto o che hanno avuto a che fare con la vicenda». Il racconto di Roberto, per quanto emotivo, è comunque chiaro e lineare. E terribile.

    LA STORIA DI RENATA

    Metà settembre, un mese fa. Renata ha 53 anni, un marito - Massimo Budrioli - e due figli, Roberto e Roberta. Renata soffre da anni di una forma di depressione ciclica. La conosce e la cura. In passato è capitato che si sia ricoverata qualche settimana a Villa Azzurra, a Riolo, per farsi seguire meglio e risolvere le crisi più complicate. «In genere – spiega Roberto – questa cosa succedeva nei momenti più delicati per le depressioni come i cambi di stagione. E’ importante capire che stiamo parlando di una persona autosufficiente. La sua era una forma di depressione che la rallentava, ma la lasciava comunque padrona delle sue azioni. Nei periodi più duri poteva capitare che passasse qualche giorno a letto. Ma poi la cosa rientrava. C’era abituata, così come c’eravamo abituati noi. Conosceva bene la sua malattia, e capiva da sola quando la cosa peggiorava ed era necessario chiedere aiuto».

    Da diverse settimane, però, Renata è in una fase diversa. Una fase di iperattività, di agitazione. Dorme poco, si sente sempre spinta a fare cose, a stare in movimento. E’ inquieta, ma lucida. Tanto lucida che ne discute con la famiglia e decide di farsi controllare da un medico. Potrebbero esserci cose da cambiare, tipologie o quantità di farmaci da riequilibrare nella terapia. Se per caso ci fosse necessità di passare qualche giorno in ospedale – lo dice lei stessa ai parenti - tornerebbe senza problemi a Villa Azzurra. «A Riolo è sempre stata trattata benissimo – spiega il marito Massimo, con le parole che cercano di farsi largo oltre il magone – la mettevano in un reparto dove c’erano i casi leggeri come il suo, non in mezzo ai matti. C’era molta quiete, tranquillità. Aveva la finestra che guardava in collina, i fiori... Quando non stava bene andava a Villa Azzurra e ritrovava sempre la serenità in poco tempo».

    Negli ultimi giorni di settembre Renata, accompagnata da una conoscente, va all’ospedale di Forlì per la visita. Quando saluta i familiari è tranquilla, scherza. Dice che si vedranno di lì a poco, che tornerà a casa dopo il controllo. A Forlì però qualcosa va storto. Il medico le prospetta un ricovero nella struttura, immediato. Renata dice di non sentirsela, di preferire una sistemazione più familiare come quella di Riolo. La discussione si scalda, presumibilmente Renata si agita e perde le staffe. Tanto che il medico - per motivi da chiarire - ordina un Tso, cioè un ricovero forzato. Un provvedimento estremo, che si attiva solo in casi di pericolosità per sé e per gli altri. La sera stessa Renata viene portata nel reparto di Psichiatria dell’Ospedale Morgagni di Forlì.

    Non tornerà più a casa.

    L’INCUBO DEL RICOVERO

    «Siamo rimasti tutti molto sorpresi quando ci hanno comunicato che l’avevano trattenuta con un TSO – spiega Massimo – Mia moglie, anche nei momenti più difficili, non è mai stata pericolosa né per sé né per nessun altro. Era tutto così strano. Volevamo capire bene cosa fosse successo. Appena abbiamo avuto la possibilità (in Psichiatria le visite sono possibili solo due ore al giorno, di sera. ndr) siamo andati a Forlì, per vederla e per parlare con qualcuno».

    La sera dopo, in orario visite, il marito va in ospedale. La scena che gli si presenta di fronte agli occhi è di quelle che non si dimenticano. «C’era Renata su una sedia, completamente fuori di sé. Aveva la bava alla bocca, si era fatta la pipì addosso ed era tutta sporca. Non rispondeva. Era completamente sedata. Non l’avevo mai vista in quello stato. Era un’altra persona dal giorno prima. E’ chiaro che le era stato dato qualcosa di molto forte. Ho chiesto agli infermieri cosa fosse successo, ma nessuno diceva niente. Mi dicevano di andare via».

    Massimo, però non ci sta. «Mi trattavano con maleducazione, erano infastiditi dalle mie domande e dalla mia insistenza, come se fossi anch’io un paziente da tenere a distanza. Ho chiesto di parlare con un dottore, ne avevo intravisto uno dentro la guardiola. Mi hanno detto che non c’era. Lì mi sono arrabbiato, ho detto che avrei aspettato tutto il tempo che c’era da aspettare. Fossero state anche dieci ore, io non mi sarei mosso. Volevo capire cosa avevano fatto a mia moglie. A quel punto mi hanno detto che il medico era tornato. Si è presentato quello che era sempre stato in guardiola. Ma non mi ha spiegato niente».

    Nei giorni successivi le cose non migliorano. Anzi. «Il giorno seguente – continua Massimo - abbiamo trovata Renata nel letto. Era legata. Era in uno stato pessimo: agitata, sporca, non beveva chissà da quanto. Riusciva solo a dire ‘acqua, acqua’. Aveva la bocca piena di croste». «Fra l’altro – aggiunge Roberto – la mamma soffriva d’asma. Le avevamo portato la sua bomboletta, ma era stata subito sequestrata. Lei era nel letto, immobilizzata, e il campanello non era raggiungibile. Se avesse avuto una crisi, non se se sarebbe accorto nessuno…».

    I giorni in ospedale per Renata sono dieci in tutto. «Nei rari momenti in cui era un po’ più lucida, la mamma diceva che la maltrattavano, che la picchiavano e la umiliavano. Dicevano che se l’avessimo lasciata lì, l’avrebbero ammazzata. In quelle condizioni era difficile crederle. Ciononostante era piena di lividi. Anche in camera mortuaria, quando l’ho vista per l’ultima volta, aveva un sacco di ematomi. Di certo non era stata trattata con cura».

    Se nessuno può e vuole credere a un uso indiscriminato della violenza in reparto, di certo in quei giorni c’è qualcosa nelle cure prestate a Renata che non le sta facendo bene. E di certo il trattamento riservato a lei e ai suoi familiari è qualcosa con cui la dignità sembra non avere molto a che fare. «Ogni giorno non migliorava, anzi era sempre peggio. La mamma era legata al letto, molto sporca, aveva sempre la bocca secca. Nessuno ci spiegava cosa stesse succedendo, Era una situazione difficile, ma nessuno pensava potesse finire così».

    Dopo otto giorni di ricovero Roberta, la figlia, nota che la madre ha il respiro un po’ affannato. Lo nota, e lo fa presente agli infermieri. Non ottiene grande attenzione. Al momento del ricovero Renata non ha nessun problema fisico. Ha fatto tutti i controlli, compresi quelli cardiovascolari, un paio di settimane prima. «Gli esami andavano tutti bene – spiega il marito -. Il suo medico di base l’aveva persino presa in giro… le aveva detto: ‘Renata, ti sei voluta fare tutti i controlli ma stai benissimo, non hai niente di niente’….».

    La mattina del 6 ottobre, Massimo riceve una chiamata. E’ l’ospedale. Gli dicono che le condizioni di sua moglie si sono aggravate, che è necessaria la sua presenza. Massimo parte per Forlì, e ancor prima parte la figlia Roberta, che abita a Faenza.

    Quando arrivano a Forlì, Renata è morta.

    Nel referto c’è scritto «arresto cardiaco», che vuole dire tutto e niente. Un infarto improvviso, spiegano gli infermieri. In tutti i giorni precedenti, a quanto pare, non è stato però effettuato nessun controllo fuori dall’ambito strettamente psichiatrico. Nessun problema fisico, né pregresso né correlato alle nuove terapie, è stato evidenziato o comunicato ai parenti.
    Per i familiari è il momento del dolore e dell’incredulità.

    Il giorno successivo viene predisposta l’autopsia. I familiari pensano che Renata sia morta ancor prima della telefonata a casa, e vorrebbero che all’esame fosse presente anche un medico di parte, ma i costi sono troppo alti - almeno così qualcuno dice - e così rinunciano.

    «Poi dopo il dramma – spiega Massimo – è cominciata la beffa. La commedia, come la chiamo io. In camera mortuaria sono venuti a farci le condoglianze tutti i pezzi grossi del reparto, quelli che non si sono mai fatti trovare i dieci giorni precedenti. Addirittura mi è arrivato un telegramma di condoglianze dal primario. Tramite un’infermiera ci sono venuti persino a chiedere se potevano partecipare al funerale. Mi è parsa una cosa molto strana. Ho chiesto a gente che conosco, che lavora in sanità, e tutti me l’hanno confermato. Questa non è la prassi, anzi è un comportamento molto strano».

    Un’attenzione improvvisa, che secondo i familiari più che a un rigurgito di sensibilità somiglia a un tentativo di ammortizzare qualche errore o leggerezza di cui ci si è accorti troppo tardi. Sono solo supposizioni, certo. Come tali tutte da dimostrare. Ma sono supposizioni brutte.

    Roberta, figlia di Renata e Massimo, di professione è un tecnico dei servizi sociali. E’ stata assistente di base per diversi anni e oggi è laureanda in Psicologia. Pur nel dolore, il suo punto di vista sulla questione è più tecnico. «La mamma è stata curata e trattata male, questo purtroppo è un dato di fatto. Ma non voglio puntare il dito a caso. Purtroppo so come si lavora in certi ambienti, a maggior ragione quando si è a corto di personale. Ho lavorato in case protette per anni, e spesso ho visto usare metodi che non andrebbero usati». Roberta parla di cose brutte, cose che in un contesto normale sarebbero considerate violenze inaccettabili. «Il problema - prosegue - è che in quei casi il personale cerca una soluzione per tenere tutto sotto controllo e magari usa metodi che non sono i più adatti per il paziente. Poi viene spontaneo prendersela con l’infermiere, ma la responsabilità è del sistema nel complesso». Tuttavia il ragionamento di Roberta non è tutto all’insegna della pacificazione. «In questa storia ci sono anche aspetti inaccettabili. La mamma era sempre in condizioni igieniche pessime, era sempre disidratata, sempre piena di lividi e sempre sedata in maniera massiccia, evidentemente troppo massiccia per il suo organismo. La cosa che davvero non mi spiego è perché, quando ha cominciato a respirare male, non le sia stato fatto un elettrocardiogramma, o una visita specialistica. Il tempo c’era. I farmaci che si usano per quelle patologie sono molto pesanti anche per il sistema cardiovascolare di una persona sana. Era un rischio da tenere sotto controllo».

    Dieci giorni dopo, per la famiglia il dolore è ancora più forte della rabbia. «Ma è necessario capire cos’è successo, chi ha sbagliato cosa, dove e perché. Cose di questo tipo non possono succedere, non devono succedere». L’intenzione della famiglia è quella di procedere per vie legali, ma non è ancora chiaro come. «Onestamente non ci abbiamo ancora pensato bene – spiega Roberto -. E’ passato troppo poco tempo… Andare per tribunali è costoso, e bisogna poterselo permettere». Come a dire che anche la giustizia in certi casi rischia di diventare un lusso da ricchi.
    «Per ora vogliamo raccontare la nostra storia, capire se qualche associazione di tutela del paziente può darci una mano a capire come procedere. Fare in modo che cose di questo tipo non accadano più è nell’interesse di tutti».

    Ripreso da: www.sabatoseraonline.it  a sua volta tratto da settesere.it

    Esopo       http://www.nopsych.it/416-morte-in-psichiatria-vogliamo-verita

    May 06

    TUTELA O "RAPIMENTO" LEGALE?

    COMUNICATO STAMPA

    Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, molti avvocati, criminologi e gente comune, s'interrogano negli ultimi anni sul fenomeno dei bambini sottratti alle famiglie senza alcun valido motivo, ma unicamente in seguito a rapporti, opinioni, di assistenti sociali e (fantomatiche) perizie di psicologi e psichiatri.

    E' notizia di questi giorni che due bambini di Basiglio, da ben 40 giorni sono stati sottratti alla famiglia, solo per un disegno che, come dice lo stesso Tribunale dei minori, solleva più di una perplessità; mentre la bambina stessa e la madre non riconoscono la grafia.

    Perché un'assistente sociale o uno psicologo invece di fare una verifica, scrive un rapporto che induce il Tribunale a prendere una decisione così drammatica che può di fatto segnare per sempre la vita di un bambino e della sua famiglia? Chi pagherà questo danno? Possibile che siano solo errori? Lasciamo che il lettore formuli la sua idea.

    Il fenomeno in Italia coinvolge circa 40-50 mila bambini. Il costo che le amministrazioni pagano, per un bambino ritenuto vittima di "abusi", parte dai 150 per arrivare ai 300 euro al giorno. Moltiplicate questo per il numero di bambini.

    Ci domandiamo qual è la logica che preferisce togliere un bambino alla famiglia di origine perché, per esempio, indigente, facendo pagare alla comunità alcune migliaia di euro quando con 800 euro si potrebbe far fronte all'emergenza immediata e aiutare il padre a trovare lavoro? Che danno esistenziale viene causato al bambino ed alla famiglia? Perché l'assistenza sociale non lavora per preservare l'integrità familiare?

    Ancora, che valore hanno i rapporti e le perizie di uno psicologo o di un assistente, che il più delle volte sono unicamente opinioni? La pretesa di queste categorie è di capire da un disegno o uno scritto che esiste un abuso. I casi di Rignano e gli altri drammatici episodi, vedi Brescia, Milano, sono esemplari. Ciononostante i Tribunali continuano a fare affidamento su queste opinioni.

    Qualcuno comincia a capire e a prendere posizione. Casi eclatanti sono il Giudice Edoardo Mori, di Bolzano, che in un articolo del 21 Aprile sul giornale Alto Adige, spara a zero sul valore scientifico di queste perizie e rapporti: "Il fatto che si sia dato ingresso alla psicologia come strumento probatorio è una totale assurdità", e ancora: "…non sono scienze esatte, sono scienze sperimentali. Per definizione - prosegue ancora il giudice Mori – sono strumenti che servono più che altro per manipolare la psiche e non hanno alcun bisogno di cercare la verità". Stessa linea viene sostenuta con forza dal Dott. Marco Capparella e dal Dott. Saverio Fortunato con i loro articoli su
    criminologia.it.

    I dubbi sollevati da questi professionisti e l'azione dell'On. Francesco Lucchese, dietro invito del nostro Comitato, con la presentazione dell'interpellanza del 27 Giugno 2007 n° 630, dovrebbero essere le strade maestre da seguire. A nessuno, siano essi assistenti, psicologi o psichiatri dovrebbe essere permesso di minare l'integrità della famiglia e la salute del bambino senza una certezza dell'abuso perpetrato. I bambini urlano nel silenzio di una comunità e le vite dei genitori sono distrutte da accuse infamanti. Una società che tollera questi fatti non può definirsi civile. Qualcuno deve intervenire per porre fine a questa incredibile violazione dei diritti che mina il mattone fondamentale della società: la famiglia.

    Massimo Parrino

    Direttore Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus

    E-mail: 
    direttore@ccdu.org

    Tel: 02/36510685

    www.ccdu.org

    February 22

    Primario e medico a giudizio per l'ambulantemorto nel reparto di Psichiatria

    «Siamo un passo più vicini alla giustizia per mio padre, e adesso si va avanti». Queste le parole di Natascia Casu alla fine dell'udienza preliminare in Tribunale a Cagliari che ha stabilito il rinvio a giudizio per Giampaolo Turri e Maria Rosaria Cantone: il primario del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari e la dottoressa che aveva in cura Giuseppe Casu, il padre di Natascia. Il giudice per l'udienza preliminare ha accolto la richiesta del pubblico ministero Gian Giacomo Pilia - che aveva chiesto il rinvio a giudizio per i medici con l'imputazione di omicidio colposo - e fissato il processo per il 17 aprile.

    I medici ieri mattina erano rappresentati dai loro avvocati e hanno preferito non commentare la decisione del giudice. Ma fra due mesi Turri e Cantone, ormai ufficialmente imputati, dovranno spiegare cosa sia realmente accaduto all'interno dell'ospedale Santissima Trinità tra il 15 giugno 2006 - giorno in cui Giuseppe Casu fu ricoverato a seguito di un “trattamento sanitario obbligatorio” - e il 22 giugno, giorno in cui il paziente morì. A chiedere l'intervento della magistratura era stata - pochi giorni dopo il decesso - la famiglia, tramite l'Asarp, l'Associazione sarda per la riforma psichiatrica. Troppe erano infatti le ombre su quella morte inattesa.

    Giuseppe Casu era un venditore ambulante sprovvisto di licenza, che lavorava a Quartu Sant'Elena, e negli ultimi mesi era stato la vittima più colpita da parte del Comune, che aveva deciso di intraprendere una vera e propria guerra all'abusivismo. Le multe si erano accumulate rapidamente. Il 15 giugno era arrivata l'ultima della serie, mentre il signor Giuseppe - ricordano alcuni testimoni - si trovava nella piazza IV Novembre.

    Una giornata come tante altre, con la sua motocarrozzella carica di frutta e verdura parcheggiata nella piazza e lui a chiacchierare e a giocare a carte con altre persone. Questa ricostruzione dei fatti lascia molti interrogativi sull'opportunità di intervenire con la forza pubblica per un “trattamento sanitario obbligatorio”. Provvedimento estremo, che deve avvenire solo in situazioni particolarmente gravi e per questo stabilite dalla legge. La motivazione scritta nel documento che giustificava il TSO era “agitazione psicomotoria”, ma a detta di che era con lui quella mattina il signor Casu non era affatto agitato.

    La prima di tante irregolarità in questa storia. La più grave tra tutte è sicuramente la conferma del TSO da parte del giudice tutelare, che secondo la legge - proprio perchè si tratta di un provvedimento grave che limita fortemente la libertà delle persone che lo subiscono - deve avvenire entro 48 ore. «Ma per il signor Casu arrivò solo il giorno prima della sua morte» precisa Francesca Ziccheddu del Comitato Verità e Giustizia per Giuseppe Casu. Viene spontaneo pensare che se non ci fosse stato il TSO, probabilmente il signor Casu ora sarebbe ancora vivo. Ma «se a qualcuno verrà attributa la responsabilità di queste irregolarità, saranno solo illeciti amministrativi», spiega Dario Sarigu, che insieme a Mario Canessa difende la famiglia Casu in giudizio. Illeciti amministrativi che però hanno portato alla morte di una persona.

    Durante quei 7 giorni, il signor Casu era stato legato mani e piedi e tenuto sotto costante effetto di sedativi fino alla sua morte, avvenuta per tromboembolia polmonare nel letto dell'ospedale. Nessuno si aspettava un epilogo del genere, la famiglia si era fidata dei sanitari, ma dopo una morte la richiesta di indagare sull'accaduto appare più che legittima. Se gli imputati siano responsabili, e in quale misura, lo stabiliranno i giudici il 17 aprile. Intanto è stata aperta un'indagine parallela, relativa allo scambio di reperti autoptici. Il magistrato infatti aveva disposto degli accertamenti medico-legali, ma dopo le analisi i medici nominati dal Tribunale stabilirono che quei reperti non appartenevano al signor Casu ma ad un altro paziente, morto anch'egli per tromboembolia polmonare ma che era malato di cancro. Un'altra ombra pesantissima sulla vicenda, per la quale è stata presentata - almeno per ora - una denuncia contro ignoti.

    Oltre al caso in sé, Natascia Casu vuole la tragica storia di suo padre possa servire almeno a modificare le pratiche seguite all'interno del Servizio psichiatrico diagnosi e cura dell'ospedale Santissima Trinità: «Mio padre non tornerà in vita neppure se verrà fatta giustizia, ma quello che mi auguro è che questa storia possa servire ad altre persone che hanno subito e stanno subendo trattamenti simili». E a sentire Gisella Trincas, presidente dell'Arpas, da giugno 2006 a oggi le cose non sono cambiate, in quel reparto e altrove: «Noi stiamo continuamente denunciando casi di cattive pratiche, ma la cosa peggiore è che è il Santissima Trinità non è un caso isolato, in tutta Italia esistono ospedali con medici reticenti a mettere in pratica la legge Basaglia».

    A 30 anni dalla sua entrata in vigore le resistenze culturali sono ancora molto forti, e si preferisce utilizzare il contenimento fisico e pesanti terapie farmacologiche e invasive, a volte persino l'elettroshock, anziché instaurare rapporti umani con i pazienti, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità per persone che dovrebbero essere seguite e curate da ambulatori territoriali, come stabilisce la legge 180. «Per questo non si crea un clima di fiducia tra pazienti e personale ospedaliero», continua Gisella Trincas: «c'è sempre la paura da parte dei pazienti che un ricovero da volontario diventi obbligatorio».

    February 12

    47ENNE SI SUICIDA CON GLI ANTIDEPRESSIVI

    CAIAZZO (Laura Ferrante) - Si suicida ingerendo farmaci, inutile la corsa in ospedale. Raffaele Mone, questo è il nome dell’uomo, nato il 28 ottobred el 1960, originario di Caiazzo e residente in via Villanova, pensionato, sposato con la signora Maria Mennillo, soffriva da tempo di disturbi da depressione, per questo era in cura presso uno specialista e prendeva regolarmente farmaci. Il male del secolo, ossia le crisi depressive non sono svanite, nonostante i vari controlli, le medicine adeguate e gli esperti incontrati negli anni precedenti. Si sa che per un temperamento fragile come quello di un depresso basta poco per arrivare a fare una pazzia. E’ quello che è successo ieri notte: l’uomo si rigirava continuamente nel letto con chissà quale pensiero martellante nella testa, poi si era alzato ed era andato in bagno, poi si è aggirato per la casa, lo sguardo allucinato di chi ha all’interno una sofferenza atroce con cui deve lottare ogni giorno, probabilmente lentamente, si fa spazio nella sua mente il desiderio di morire, di farla finita. Perché soffrire in fondo, deve essersi chiesto il poveretto, Così ha preso il contenitore di medicina che contenevano i farmaci antidepressivi prescritti dal medico, ha iniziato a prenderne uno, poi un altro ed un altro ancora. Non si sa quanti ne abbia preso ma di sicuro erano eccessivi tanto che lo hanno stroncato. Gli antidepressivi ingeriti dallo sfortunato lo hanno fatto stare male, la moglie che dormiva accanto a lui si è svegliata all’improvviso ed ha cercato il marito che non ha trovato nel letto, un amaro risveglio per la poveretta che quando si è accorta del gesto del consorte, ha subito allertato il servizio sanitario. Sul posto sono arrivati gli operatori locali che hanno caricato il poveretto sull’ambulanza e lo hanno trasportato al pronto soccorso dell’ospedale San Sebastiano e Sant’Anna di Caserta, mentre all’interno i sanitari cercavano di apportare le prime cure al paziente. Al poveretto gli sono state praticate tecniche di respirazione per far ritornare il battito cardiaco e gli è stato dato dell’ossigeno mentre a vele spiegate l’ambulanza correva al nosocomio. Ma non c’è stato nulla da fare, il povero Raffaele è spirato durante la corsa al pronto soccorso, erano le 6.10 circa di ieri mattina ed il 55enne è morto per un arresto cardiorespiratorio. Il corpo del poveretto è stato trasferito nel reparto di medicina legale del nosocomio casertano dove è in attesa di una visita autoptica da parte del medico legale, che avverrà probabilmente stamattina. Per le indagini del caso sono intervenuti i militari dell’Arma locale che dovranno indagare sulla dinamica e la motivazione del suicidio del povero Raffale. Una cittadina sconvolta , una famiglia distrutta dal gesto insano del povero congiunto. Non è il primo caso di suicidio nella settimana che è appena finita, un ulteriore episodio forse, che la medicina non ha trovato ancora la cura per questo male oscuro. La scienza che ha fatto passi da gigante in molti settori, per la depressione è rimasta ancora a zero, qualunque cosa vogliano dire gli esperti, si creano nuove vite con tecniche oscure che fanno discutere e non si riesce a trovare alcuna tecnica per preservare la vita che esiste già, e che fa sentire le persone ammalate di depressione, sole ed abbandonate più che mai.

     
    February 10

    Ennesimo abuso psichiatrico

    Ieri, giovedì 7 febbraio, un uomo di 44 anni ha subito un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) all' Spdc di Livorno, notificatogli dopo una settimana di ricovero volontario, in risposta alle sue ripetute richieste di dimissioni.
    M., ex paziente del Csm di Livorno, stanco della pesante terapia farmacologica, si era rivolto ad un medico di Firenze con il quale era riuscito a staccarsi dal Servizio di Salute Mentale, concordando una terapia meno invasiva.
    Mercoledì 30 gennaio la dottoressa del Csm, sotto probabili pressioni della famiglia, suona a casa di M. che non le apre.
    A quel punto la stessa, dopo qualche ora fa partire un Aso (Accertamento Sanitario Obbligatorio), e M., scortato da ambulanza e vigili urbani, arriva al Csm.
    Durante il colloquio con la dottoressa, M. accetta di farsi ricoverare volontariamente presso il decimo reparto di psichiatria di Livorno, consapevole del rischio di un ricovero coatto se si fosse rifiutato.
    Nei giorni seguenti M. ha richiesto la sua cartella clinica per informarsi sia circa il regime del suo ricovero, sia sulla sua terapia farmacologica: negatagli la visione della cartella, dagli infermieri gli è stato detto di essere in Tsv (trattamento sanitario volontario).
    Da questo momento ha espresso più volte e chiaramente ai medici la volontà di firmare la dimissione dal ricovero e di uscire, come previsto
    dalle legge 180 (legge Basaglia del 1978), ma i medici non glielo hanno permesso, minacciandolo di trasformare il ricovero da volontario in
    obbligatorio, anche in presenza nostra e di due giornalisti, e nonostante il supporto esterno del suo medico di fiducia e di un legale.
    In risposta a queste pressioni l Spdc di Livorno ha attivato il Tso, nonostante non sia soddisfatta una delle condizioni per l'attivazione del provvedimento, il rifiuto delle cure, visto che M. le ha sempre accettate sia dentro al reparto, dove lui è entrato volontariamente,
    sia all esterno dove è in cura da un medico.
    Siamo di fronte ad una serie di abusi che vanno dal ledere i diritti fondamentali dell individuo fino ad arrivare al sequestro di persona.
    Ad M. è stata negata la possibilità di scegliere come, dove e con chi curarsi; di poter visionare la propria cartella clinica, per essere messo al corrente della propria diagnosi e dei farmaci a lui somministrati; di dare il consenso informato, per conoscere gli effetti
    dei trattamenti subiti.
    Ma l' abuso più grande è stato commesso quando, dopo qualche giorno, ad M. è stato impedito di dimettersi dal reparto con spintoni e ricatti, finché non avesse firmato la richiesta per la pensione di invalidità, questo si chiama sequestro di persona.
    Temiamo per l' incolumità di M. all interno del reparto, la sua volontà di uscire è stata mascherata da sintomo di malattia e viene trattata farmacologicamente, nel tentativo di neutralizzarne i comportamenti indesiderati, mettendo a rischio cosi la sua salute e non tutelandola come voglio far credere.
    Ancora una volta ci troviamo di fronte al fatto che la psichiatria ripropone le stesse dinamiche che si attuavano nelle strutture manicomiali, esercitando un potere assoluto e fino a ora incontrastato.

    contro gli abusi della psichiatria
    Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

    February 07

    testimonianze

    Cinema: Morte Heath Ledger Dovuta Ad Intossicazione Da Farmaci

    (Asca-Afp)

    - New York, 6 feb -

    E' stata un'intossicazione acuta dovuta ad un micidiale cocktail di farmaci ad uccidere l'attore Heath Ledger, trovato morto la scorsa settimana nel suo appartamento di New York.

    Lo ha reso noto il medico che ha condotto l'autopsia, spiegando che gli esami hanno rivelato la presenza di ossicodone, idrocodone, diazepam, temazepam, alprazolam e doxylamine, tutti principi attivi presenti in antidepressivi e ansiolitici regolarmente prescritti e venduti in farmacia.

    Ledger, 28 anni, aveva conosciuto il primo importante successo nel 2005 con il film ''Brokeback Mountain'' e ad Hollywood era considerato una star ormai in ascesa. Ai funerali che si sono tenuti a Los Angeles erano presenti Tom Cruise e la moglie Katie Holmes, Sienna Miller e Ellen DeGeneres.

    Australiano di nascita, Ledger dovebbe essere seppellito la prossima settimana nella tomba di famiglia a Perth.

                     Bologna, accoltella il vicino dopo lite per albero potato

    Bologna, 2 feb. - (Adnkronos) - Potrebbe essere stato un appunto per un albero non potato bene ad aver spinto ieri sera un 26enne ad accoltellare il suo vicino di casa a Monterenzio, sull'appennino bolognese. Verso le 20 Luca Maria Giacopuzzi ha suonato alla porta di una coppia di vicini, lei di 73 anni e lui di 75, chiedendo dove era il marito, il 26enne ha spinto la donna che lo voleva fare entrare, si e' diretto verso il pensionato, lo ha accoltellato all'addome e alla schiena ed e' fuggito rompendo alcuni soprammobile insultando la pensionata. Poi e' tornato a casa senza dire nulla ai genitori, si e' lavato ed e' uscito.

    I carabinieri lo hanno arrestato poco dopo a casa di un amico in zona Corticella, alla periferia di Bologna. Addosso aveva ancora il coltello usato per ferire il 75enne, ricoverato all'ospedale Sant'Orsola e giudicato guaribile in tre settimane. I militari lo avevano accusato di lesioni personali gravi, violazione di domicilio e porto abusivo di arma, ma il pm Stefano Orsi ha rubricato l'accuse in tentato omicidio.

    Il magistrato ha gia' dato incarico al dottor Renato Ariatti di sottoporre a perizia psichiatrica il giovane ora piantonato nell'infermeria del carcere della Dozza. Il 26enne, e' stato accertato, era in cura con psicofarmaci e in passato e' gia' stato sottoposto a un Tso per schizofrenia. Finora si era reso autore di violenti scatti d'ira, ma il tutto era avvenuto in casa propria. Sulla base della perizia il pm decidera' se eventualmente far ricoverare il giovane in un ospedale psichiatrico giudiziario

     

    January 10

    “La mia colpa? Sono contro gli psicofarmaci”

    Boldrini si difende: “Con noi i pazienti cantano, ballano e recitano poesie”

    ANCONA - “E’ una campagna diffamatoria, mi hanno colpito moralmente perché tentiamo una cura alternativa agli psicofarmaci e un nuovo ruolo del medico, un rapporto alla pari con i pazienti”. Accerchiato e denigrato. E rimosso. Anzi, precisa lui, “sospeso temporaneamente in attesa che venga chiarita la vicenda”. Il dottor Roberto Boldrini è finito nel mirino, al centro dei sospetti sul “Metodo della salute” che il consigliere regionale di Alleanza nazionale Daniele Silvetti ha girato sotto forma di interrogazione al presidente della Regione.

    Menti indebolite da un mondo che corre ed emargina chi non regge il suo ritmo, stordite dai casi della vita, prostrate dalla depressione e incatenate all’alcol o alla droga. All’orizzonte la nuova frontiera della medicina. Per le accuse lanciate in questi giorni il trattamento è una specie di luogo dello straniamento, con un contorno di cantilene ossessionanti, riti da amanti dell’occulto, toccamenti nelle parti intime. Per chi ci crede e l’ha applicato, il panorama è sgombro dai veleni, e rischiarato da una speranza che s’accende in quelle esistenze buie. La pensa così il dottor Boldrini. “Accogliamo in tutti i modi chi vive il disagio”. Lui si sente tranquillo, anche se ha dovuto lasciare - almeno per ora - la carica di responsabile del centro di igiene mentale. “La sospensione è un atto dovuto dei superiori che devono valutare quello che sta succedendo. Io sono tranquillo e spero che al più presto venga chiarito tutto”. Pensa ai suoi assistiti. “E’ assurdo che l’attività possa essere interrotta”. E ripensa al caso esploso in questi giorni. “E’ strano che sulla base di un’interrogazione di un consigliere regionale io possa essere attaccato in questa maniera”. E i gruppi di lavoro? Le riunioni con i malati psichiatrici? “Ho fatto tutto alla luce del sole, lavoro in un servizio pubblico e ho fatto corsi di formazione approvati anche dall’azienda. Non c’è nulla di carbonaro, l’immagine che viene fuori è quella di una setta religiosa”. Semplicemente un modo diverso di affrontare il disagio mentale. “Sono solo un operatore che usa un metodo non tradizionale, che cerca di offrire un’accoglienza profonda a persone che va al di là dello psicofarmaco e del ruolo classico dello psicologo”. Altro che pratiche sessuali e bombardamenti psicologici. “Ai pazienti viene offerta l’accoglienza in tutte le forme, portano tutti qualcosa della propria vita, della fase che stanno passando”. Mettono in comune quel che hanno. “Portano pensieri e riflessioni. Ma anche canzoni, balli e poesia, nella vita c’è pure quello”. L’idea guida è quella di aiutarli, rendendoli in qualche modo protagoniste. “Un concetto molto semplice che però crea scalpore, perché prevediamo di sostituire gradualmente gli psicofarmaci con l’aiuto del medico, e di metterci al livello dei pazienti”. Gruppi di mutuo aiuto, in un intreccio virtuoso di emozioni e sentimenti per liberare quegli animi dalle catene che li soffocano. “Chi ha problemi può dare una mano a qualcun altro, si esce dai canoni classici e questo potrebbe aver influito”. Sicuramente, ricorda Boldrini, “il metodo è stato esposto a critiche forti”, ma si va avanti lo stesso.
    “E’ un modo di lavorare più profondo, non si incontra il paziente una volta al mese per dargli le medicine, ma lo si accoglie due volte alla settimana”. Ma qui le critiche si fanno tanto pesanti. Si fanno indiscrezioni su querele per episodi di percosse e di violenza sessuale? “Non so niente, non mi è arrivata nessuna comunicazione”.

     
    December 28

    TESTIMONIANZE

    Quel giorno, il 10 ottobre 2005, subii una violenza fisica e mentale, una violenza inaudita...

    Come può una ragazza immaginare che, a causa di una semplice sofferenza emotiva, in pochi mesi si possa trovare a lottare per la propria libertà contro coloro che dovrebbero invece aiutarla. Come si può pensare che, in richiesta di aiuto, si possa ricevere un trattamento degno del più pericoloso dei serial killer. Eppure è ciò che è successo.

    A causa di eventi stressanti stavo passando un periodo non felice della mia vita, ero spesso ansiosa e così decisi di chiedere un aiuto al dott. G. A.. Era la primavera del 2005.

    ll suo aiuto fu una prescrizione di psicofarmaci. Due compresse (75mg) di ANAFRANIL al giorno, insieme al LEXOTAN, trenta gocce per più volte nella giornata.

    Presto le trenta gocce diventarono sessanta, dato che la prima dose non dava risultati. Il dottore mi aveva detto di prendere quella roba, e io mi fidavo.

    Il 10 ottobre del 2005, in seguito ad una semplice discussione avuta con me, mia madre decise di chiamare il medico che mi stava seguendo: mi aveva visto prendere quella dose di LEXOTAN, che a lei sembrava eccessiva, e questa cosa la metteva in ansia.
    Lui negò di avermi prescritto quella dose di psicofarmaci e rifiutò anche la proposta di un appuntamento a mia madre, che voleva farmi togliere il farmaco. Disse che avrebbe chiamato lui il 118, in modo da farmi prescrivere un altro farmaco dal medico dell'ambulanza.

    Dopo pochi minuti arrivarono due ambulanze a casa nostra. Entrò in casa una dottoressa che stava parlando al telefono con il dott. A..
    Spinse letteralmente fuori dalla porta mia madre e la nonna. Era aggressiva e si comportava con totale naturalezza, parlando al telefono, come se fosse tutto normale. Una normale routine.
    Non capivo cosa stesse succedendo. Ero sola con la dottoressa ed avevo molta paura. Chiamai mia madre per farmi dare il cellulare così che potessi chiamare il mio fidanzato, volevo aiuto.

    La dottoressa, appena vista mia madre, le urlò <<fuori di qui!>>. Mia madre allora la buttò fuori di casa. Speravamo che le ambulanze se ne andassero e che tutto potesse finire. Purtroppo non fu così, non avevano la minima intenzione di allontanarsi.

    Dopo pochi minuti mia madre andò dalla dottoressa, invitandola ad andarsene. Lei disse invece che sarebbe rimasta lì. Mia madre chiamò subito i carabinieri. Ero confortata, all'arrivo dei carabinieri ero sicura che tutto si sarebbe risolto, io stavo bene, era assurda la presenza dell'ambulanza.

    Arrivarono il Maresciallo L. L. e F. C.. Spiegato l'accaduto ci venne proposto di far venire il medico di famiglia per fare un'iniezione, così da farmi riposare ed io accettai.

    Arrivò il medico e mi fece l'iniezione mentre il Maresciallo faceva andare via le ambulanze. Mi sentii sollevata.
    Passarono quindici minuti e, come un incubo infinito, le ambulanze si ripresentarono di fronte a casa mia. Avevano in mano un'ordinanza di ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio) firmata dal sindaco.
    Ecco che il terrore tornò ad invadermi, avevo una tremenda paura, non sapevo cosa volevano farmi, dove mi volevano portare, e sopratutto perché!

    Mi chiusi in casa con mia madre, per difenderci da questa assurdità e da quelle persone senza cuore ne ragione. Purtroppo loro forzarono il cancello, entrarono in casa e, dopo averla picchiata, legarono mia madre, così da renderla impotente e facilitare il rapimento.

    Si rivolsero a me con tono intimidatorio, dicendomi: <<O vieni con noi, o ti portiamo via con la forza!>>.
    Ma come è possibile tutto ciò, perché tutto questo, chi erano, dei criminali travestiti da medici?

    Davanti a tale violenza non potei che subire e obbedire ai loro ordini.

    Salita sull'ambulanza la dottoressa mi somministrò una fiala di Largactil. Mi portarono all' Azienda USL n°12 di Vireggio, Versilia.

    All'arrivo mi misero in una stanza e mi lasciarono li senza dirmi niente. Piangevo, ero impaurita, non capivo perché mi avevano portata lì con così tanta violenza. Non avevo fatto niente. Ero terrorizzata e non avevo idea per quanto tempo sarei dovuta stare lì. Decisero di sottopormi al T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio) invece che A.S.O.. "Agitazione psicomotoria" fu la motivazione. Un' agitazione psicomotoria è il minimo che si possa avere dopo essere stato portato via da casa in quel modo!!!
    Mi risvegliai legata ad un letto, ero stata immobilizzata con delle cinghie. Mi fecero iniezioni e mi costrinsero ad ingerire neurolettici (Risperdal, Largactil, Stilnox, Valium, Tavor). Passai in psichiatria tre lunghissimi giorni a sbavare per i troppi farmaci presi. Nessuno mi visitò o passò di lì per accertarsi delle mie condizioni. Nessuno. Ero totalmente sola.

    Al terzo giorno passò vicino al mio letto il Primario del reparto M. D. F., accompagnato da altri psichiatri. Non mi visitarono e ne mi parlarono. M. D. F. disse agli altri colleghi: "No, no, questa ragazza non ha niente, ha solo litigato con la madre".
    Eppure la mattina seguente mi dimisero con una "cura" a base di Risperdal (7mg ½l giorno), un neurolettico. Venne il Primario a dirmi che "dovevo assolutamente" seguire quella prescrizione. Ma come è possibile... la sera prima dice che non ho niente e la mattina seguente insiste che devo prendere un farmaco per gli stati psicotici!!!

    Litigare con la madre è una grave malattia mentale?

    Io ignoravo cosa fossero quei farmaci e gli effetti collaterali che potevano provocare: mi erano stati forniti da loro al momento della dimissione, ed avevano tolto dalle confezioni il bugiardino. Così assunsi quei farmaci per un mese senza sapere cosa potevano causarmi.

    Mi sentivo come morta, vedevo tutto nero, non potevo concentrarmi, non potevo pensare a nulla, ero inibita, incapace di reagire ai pensieri negativi, non avevo più interesse per nulla, uno stato di sofferenza continua. Un'infelicità enorme, piangevo sempre, tutto il giorno, non ero più lucida, non mi alzavo dal letto, non c'era niente che mi faceva uscire da questa disperazione, corpo contratto, le gambe contratte, svenivo spesso, ero incapace di tenere lo sguardo davanti, guardavo sempre per terra, avevo incontinenza, sbavavo, parlando e mi usciva continuamente la saliva, avevo una forte agitazione interna, non ero mai in pace... una tristezza infinita, ero arrabbiata di essere stata portata via in quel modo. Un incubo.

    Dimagrii molto, mangiavo pochissimo, mi stancavo facilmente, avevo dei tic.

    Ancora oggi, a distanza di quasi due anni, presento ancora movimenti involontari al volto, accompagnati da scariche elettriche.
    Come è possibile che cose come quello che ho subito io possano succedere senza che nessuno faccia niente?
    Quel giorno, il 10 ottobre 2005, subii una violenza fisica e mentale, una violenza inaudita, un vero e proprio rapimento. Delle scene indelebili che mai potrò scordare.

    ********************

    Uscita dall'ospedale, dopo molte ricerche ho deciso che volevo smettere gli psicofarmaci e ho trovato un medico che mi ha fatto uno schema per scalarli.

    Smettere i farmaci è stato come un salto nel buio, perché avevo paura di averne bisogno. Comunque a quel punto la mia convinzione era che se tanto dovevo stare male, potevo farlo benissimo anche senza psicofarmaci e senza psichiatria. Invece con il passare dei mesi sono stata progressivamente sempre meglio. Non sono più triste ne disperata ne spaventata ne ansiosa e non penso più che la mia vita sia finita.

    Psicologicamente sto bene. Soprattutto non sono più drogata dai farmaci, ho recuperato la mia lucidità così come la mia capacità di interpretare correttamente gli eventi e il mio autocontrollo. Ho ricominciato a vivere e a coltivare i miei interessi e adesso ho tantissimi amici che mi stimano e che, conoscendomi bene, non riescono a comprendere come sia potuta accadere a me questa cosa così assurda.

    Comunque a distanza di 2 anni dal T.S.O. continuo a soffrire di movimenti involontari del volto, e talvolta anche degli arti, che sono stati causati dai neurolettici.

    Spesso, a causa di questi spasmi, mi mordo l'interno della bocca durante la masticazione, procurandomi ferite. Inoltre rischio spesso di soffocare, poiché cibi e pasticche mi vanno per traverso, a causa della riduzione della capacità di controllare i miei movimenti volontari. I medici che mi hanno visitato per questi disturbi mi hanno detto che molto probabilmente oramai non passeranno più. Discinesia Tardiva e Distonia Tardiva, così le chiamano: e sono proprio Effetti Collaterali Irreversibili dei neurolettici.

    Non esistono neanche cure specifiche per ridurre questi movimenti che sono molto fastidiosi, insistenti e accompagnati da dolore tipo nevralgia. Questi spasmi rendono tutte le mie ore di veglia senza pace, senza riposo.

    Danneggiano la mia immagine così mi è molto più difficile trovare un lavoro, io ho lavorato in un negozio e quindi ho esperienza come commessa.
    Molte persone a cui mi sono proposta per ottenere lavoro, vedendo le smorfie sul mio volto, mi hanno trattato con eccessiva gentilezza, una gentilezza compassionevole, dopo di che non mi hanno richiamato.

    Magari molte persone con cui vengo a contatto mi potrebbero giudicare "malata psichica" a causa di queste smorfie, non sapendo in realtà che sono stati i farmaci a provocarli. E poi anche qualora lo sapessero penserebbero che siccome ho preso i farmaci probabilmente ne avevo bisogno.

    COMUNQUE NON SONO IO CHE MI DEVO VERGOGNARE PER QUESTA FACCIA DA MANICOMIO!

    Ciò influenza negativamente la mia vita sociale e lavorativa, presente e futura, nonché la qualità della mia vita.

    La meditazione, che io praticavo da moltissimi anni, e che era un elemento di arricchimento nella mia vita, non potrò più praticarla a causa di questi spasmi. Così come non potrò più coltivare un'altra delle mie passioni, lo snorkeling, non potendo sopportare la maschera sul volto a causa dei movimenti involontari, ed avendo perso, dopo il T.S.O. la capacità di nuotare.

    LA MIA VITA E’ COMPLETAMENTE CAMBIATA, CAMBIATA PER SEMPRE. HO UN DANNO PERMANENTE, PERCHE'? PERCHE' MI HANNO "CURATO" CONTRO LA MIA VOLONTA'!!!

    Anche per cercare di capire cos'era questo disturbo ho dovuto subire moltissime umiliazioni da parte di medici. Mi sono rivolta a diversi neurologi e ne ho dovuti girare parecchi prima di trovarne uno disposto a fare gli accertamenti. Uno di loro, dopo cinque minuti, sulla base del fatto che avevo preso per un periodo antidepressivi e per un'altro i neurolettici, mi chiese se avevo il disturbo bipolare!

    Un altro mi fece la diagnosi dopo 5 minuti solo basandosi sui farmaci che avevo preso e senza considerare che il TSO era stato un errore. Mi disse che se me lo avevano fatto, sicuramente avevano ragione. Io gli ho detto: "Ma che cosa ne sa? e poi non sono qui per questo." e lui mi ha minacciata:"Io sono sicuro che lei è matta e che di TSO gliene faranno ancora tanti nella vita, anzi se non se ne va glielo faccio fare io".

    La psichiatria ti toglie la dignità. Ti possono fare veramente di tutto perché sanno che non puoi difenderti. Tutto quello che dici o che fai non ha più alcun valore, anzi tutto viene strumentalizzato per essere usato contro di te, come ulteriore prova della tua "malattia mentale". I trattamenti ti possono venire imposti con la forza e tu non li puoi discutere ne rifiutare, perché questo è considerato rifiuto della terapia e ulteriore segno di "malattia mentale".

    Non puoi dire che un determinato farmaco ti fa male perché sei considerato "malato mentale" e quindi non in grado di capire di cosa hai bisogno (come se potessero sapere meglio di te come ti senti!).
    Se poi dici che non sei malato di mente ma che stai male per la situazione contingente allora sei ancora più grave perché non ti rendi conto della tua "malattia". La tua vita non ti appartiene più e se subisci delle violenze queste non sono poi così facili da dimostrare, perché sei screditato, perché sei considerato il "matto" che va a raccontare di aver subito un ingiustizia da parte del suo psichiatra, il quale è considerato autorevole, attendibile e di indubbia moralità. Il tuo "delirio di persecuzione" sarà un ulteriore prova della gravità della tua "malattia", un altra scusa per sottoporti a trattamenti ancora più intensi.

    E' facile nella vita entrare in questo meccanismo anche per cose banali e rimanere coinvolti in un susseguirsi di circostanze da cui si potrebbe anche non uscire mai più, anzi da cui spesso non si esce mai più.

    Quando dobbiamo superare momenti difficili della vita, la società, le persone che ci stanno vicine, le opinioni autorevoli ci insegnano che si può ricorrere all’aiuto di uno psichiatra e degli psicofarmaci, per superare il periodo. Ci viene insegnato che le emozioni negative sono malattie, non normali risposte dell’essere vivente agli eventi esterni.

    L'abuso psichiatrico è una violenza che investe il soggetto in tutti i piani dell’essere: fisico, mentale, sociale,emotivo, etc.. Penso che sia una dellle esperienze peggiori che si possono fare vita. E' una totale privazione del diritto di gestire la propria vita. E' peggio del carcere, innanzitutto perché non è così facile finire in carcere come lo è finire in psichiatria, inoltre nel carcere puoi parlare per difenderti, in psichiatria no.

    Loro vogliono chiamarsi medici dell'anima, ma sono poliziotti della mente.

    IL LORO FINE NON E' IL BENESSERE DEL PAZIENTE MA IL CONTROLLO E LA REPRESSIONE DELLE MANIFESTAZIONI ESTERNE DELLE SUE SOFFERENZE.

    GLI PSICHIATRI PRESCRIVONO TRATTAMENTI CHE DISTRUGGONO FISICAMENTE I PROPRI PAZIENTI E LO FANNO CONSAPEVOLMENTE!!!

    LORO SONO SANI DI MENTE?

    E.C.

     

    Daria, tolta alla famiglia e messa in una comunità alloggio

    In nome del popolo italiano

    Daria ha sei anni. Daria F. ha una mamma bellissima, ma non ha ancora imparato bene a sorridere, sarà anche per la tristezza di vederli sempre cupi lei e papà, non si vive bene nell'anno 2000 senza avere un lavoro fisso, e forse papà che è ancora così giovane avrebbe bisogno anche lui di andare ogni tanto in vacanza, o di non avere sempre paura di cosa accadrà domani, ma i soldi non bastano mai, lo dicono sempre mentre stanno a tavola e certe volte Daria non può telefonare ai nonni perché la Telecom ha sospeso l'abbonamento. Il Capo del Governo dice che l'economia va benissimo, e questo Daria proprio non lo capisce, non riesce a capire perché allora certe volte suo padre resta in casa per intere settimane, perché di lavoro ce ne è poco anche se papà sa fare di tutto, dall'elettricista, al muratore, persino il falegname e l'idraulico.

    CroAnche Daria sta per incontrare un poliziotto, anzi una poliziotta, che cerca di consolarla e le spiega che deve venire via con lei, che si tratterà di poco, che un giudice importante ha deciso di darle una vita diversa e migliore: <<Cos'è una vita migliore?>> domanda Daria e la poliziotta non sa rispondere mentre un poliziotto maschio consegna a mamma e papà un foglio che li fa piangere e poi, mentre la poliziotta le parla dolcemente ma la tiene in braccio con forza, senza consentirle di scegliere e senza più ascoltarla, Daria abbandona forse per sempre la sua cameretta senza vedere per l'ultima volta i suoi giochi.

    Quando poi il poliziotto maschio dà una spinta forte per cui papà finisce contro il muro e cade in terra, allora Daria comincia a gridare e a divincolarsi, ma la presa della poliziotta si fa sempre più forte e decisa, e allora chiede a papà perché la stanno arrestando, ma a quel punto la poliziotta comincia a correre giù per le scale mentre adesso sono diventati tre agenti che tengono fermi mamma che piange disperata mentre papà cerca umilmente di farli spostare, e prigioniera di quella presa invincibile Daria riconosce intorno a sé gli sguardi ed i visi di tutti i vicini di casa che nel frattempo si sono radunati nel cortile, e inseguono gli agenti vestiti di blu, poi la poliziotta che piange anche lei la fa salire in macchina, quando lo sportello si chiude e attacca la sirena, e Daria capisce che sta accadendo, che è già accaduto qualcosa, e che si tratta di qualcosa di irreparabile, e soltanto in quel momento comincia a gridare forte <<Mammaaa....mammaaaa...>> ma ormai è tardi,  e si capisce ormai che non c'è più tempo per nulla, tutto il tempo che c'era è già finito così, all'improvviso, ormai ne è sicura, non ha più dubbi quando la volante azzurra parte via sgommando tra la folla indignata che grida, gesticola e sputa anche contro i vetri.

    Piano piano la casa diventa sempre più piccola fino a scomparire e d'improvviso il prato sterminato dell'infanzia rivela il proprio inganno, scompare anch'esso insieme alla casa di mamma e papà, mentre quella sirena assordante che fa venire voglia di morire continua a pretendere la strada libera e fa scansare tutte le macchine, esattamente come il giudice ha ordinato questa mattina, per dare a Daria una vita migliore.

    E Daria finalmente piange, a dirotto, lacrime adulte. In nome del popolo italiano.

    La cosa brutta

    A Daria non riesce proprio di giocare con gli altri bambini, lei preferisce restarsene seduta sulla panchina di marmo a contare quanti sono i sassolini di colore diverso dal bianco, in quella ghiaia che si stende tutta intorno come uno sterminato continente vuoto.

    Come vuoto è anche il suo cuore, perché pure l'ultima volta che la mamma è venuta a trovarla papà non c'era, papà non c'è mai e lei non ci crede proprio che sono le suore che non lo fanno entrare, lei non ci crede più che in realtà papà aspetta di fuori e si sforza tanto con il pensiero affinché lei possa sentire che è a pochi metro oltre quel muro invalicabile, che la pensa e che le vuole bene: Daria non riesce a sentire il pensiero di papà, non crede che il pensiero e l'amore si possano sentire, lei è convinta che l'amore si debba toccare e vedere, che stia dentro le carezze, dentro i sorrisi, dentro i regali, nel suono rassicurante di quella voce amorosa che da mesi ormai non riesce neanche a ricordare, Daria è sicura di avere finalmente capito la verità e la verità è che papà non la vuole più con sé, altrimenti verrebbe a prenderla subito e la porterebbe al mare a vedere le barche come faceva l'estate scorsa.

    La Suora dalle scarpe bianche deve essere la più importante in quella prigione dei bambini, perché tutte le altre hanno invece le scarpe aperte come quelle che si vedono ai piedi di San Francesco dei Santini che si prendono in Chiesa, così quando le vede comparire sotto i propri occhi capisce che come sempre le darà un ordine al quale come sempre dovrà ubbidire senza discutere, perché la Suora dalle scarpe bianche le ha detto fin dal primo giorno che lei è l'unica che può parlare al giudice per farla tornare a casa, quando sarà guarita, perché lei è malata, Daria non sa di quale malattia ma deve trattarsi di una cosa grave se papà non la vuole più con sé e neanche la viene a trovare, e se mamma piange, piange sempre, da quando arriva a quando se ne deve andare.

    <<Tesoro...>>  e Daria alza gli occhietti abbandonando la conta <<.... vieni con me... dobbiamo fare una visita>>

    La bimba si alza e cammina dietro il manto bianco di Suor Maria, contando uno per uno tutti i passi di quelle strane scarpe che scricchiolano sempre, persino sull'erba, poi il sentiero si trasforma in gradini, sono uno, due e tre scalette basse che lei saprebbe scendere con un solo balzo, se soltanto in questo posto fosse permesso saltare e correre, dopo le quali riconosce il pavimento di marmo grigio dell'androne, quello che girando a destra si va nel refettorio e a sinistra, invece, alle camerate dove quando finalmente si spengono le luci Daria può piangere con la faccia dentro al cuscino, perché in quel modo nessun può sentirla e quindi nessuno la sgriderà. Poi d'improvviso, seguendo quel bianco scricchiolio, le forme del pavimento cambiano, i lastroni larghi di marmo grigio si trasformano in mattonelle quadrate color panna, deve essere un percorso nuovo quello che stanno facendo, e infatti a un certo punto Daria si ferma insieme alle scarpe di Suor Maria, che spinge una porta socchiusa in fonda alla quale, lo vede alzando gli occhi, c'é un uomo con un camice come quello dei dottori, è un dottore, forse mi curerà quest'oggi, immagina la bimba, e stasera stessa potrei essere guarita, potrei tornare a casa.

    I due parlottano, e Daria stavolta rivolge il suo sguardo fiducioso a quell'uomo alto e magro, con pochi capelli bianchi, che adopera un tono suadente, e le promette anche che "dopo" le darà una caramella.

    Una caramella. Il timore che tratteneva a stento d'improvviso si muta in angoscia, Daria smette subito di sorridere, e si irrigidisce, perché ricorda benissimo le parole che le hanno sempre detto mamma e papà: <<Attenta agli uomini che ti offrono le caramelle, potrebbero avere cattive intenzioni, non ti fidare, potrebbero farti una cosa brutta>>.

    Le mani fredde di Suor Maria stanno slacciando i bottoncini del grembiulino a fiori, mentre i due ripetono con tono fermo:

    <<Ora ti faremo una bella visitina>> e Daria spaventata pensa che forse è proprio quella la cosa brutta di cui parlavano mamma e papà, la visitina, e fa per voltarsi e scappare ma la mano fredda di Suor Maria le tira un ceffone sul viso, e mentre le guance sembra le stiano prendendo fuoco quell'uomo faticosamente indossa sopra le mani grinzose e piene di strane e grandi lentigini un paio di guanti di gomma, stretti e bianchi, poi senza dire una parola prende in mano una cosa di ferro che Daria non ha mai visto, con un gesto deciso le abbassa le mutandine, la fa sdraiare ed infine si china verso di le poggiandole addosso quella cosa, comincia a guardarle la patatina e intanto Suor Maria la tiene ferma.

    Daria è immobilizzata dalla paura e dallo spavento, e si domanda sopratutto come possa accadere questa cosa brutta senza che mamma e papà intervengano a difenderla, vorrebbe piangere ma non le riesce, non le riesce null'altro che restarsene così, sgomenta, ferma e indifesa mentre quei due le fanno una cosa brutta. Questa è stata la visita ginecologica che Squitini e Suor Maria hanno fatto a Daria, cercando un abuso sessuale che non esisteva: hanno spogliato e visitato una minorenne, una bambina, senza l'assenso dei genitori esercenti la patria potestà e senza che nell'incarico peritale assegnato dal tribunale ci fosse alcuna disposizione in tal senso. Lo hanno fatto e basta, e quando finalmente ne sono venuto a conoscenza ho chiesto all'ordine degli psicologi di radiare Squitini, e alla procura della repubblica di procedere nei confronti di entrambi, quanto meno per violenza privata aggravata ed abuso d'ufficio da parte del consulente tecnico.

    Ho un'amica che ha sofferto sulla pelle il dramma incancellabile di una violenza sessuale, e quando le ho raccontato della visita che hanno fatto a Daria mi ha detto che, durante lo stupro, aveva provato le stesse identiche sensazioni di quella povera bimba sfortunata.

    La prova

    Entriamo nell'androne del vecchio palazzo del centro storico, le pareti dall'intonaco scrostato, Jonathan mi fa strada lungo le scale strette su fino al primo piano, mentre io mi compiaccio di avergli affidato un mandato investigativo ai sensi della nuova legge. Batte due sole volte sull'uscio di legno grosso, la porta si apre. La donna è ben vestita, truccata, ci porge una mano curata, le unghie smaltate di rosso, ha una grossa collana di perle sul collo appena solcato dall'età, sarà anche lei sulla cinquantina. Prova ad abbozzare un sorriso che tento di ricambiare, mentre ci invita ad accomodarci nel salotto, si siede sulla poltrona, io e Jonathan sul divano, in mezzo un tavolo di cristallo con sopra vari ninnoli. Apre un portasigarette e ne prende una, la infila su un bocchino in avorio, poi la accende ed infine si scusa per essersi dimenticata, chiede se anche noi fumiamo.

    <<Ho le mie>> rispondo, e fumo anche io. Jonathan non parla per niente, si limita a guardarla, così sono io a tentare di farle vincere il comprensibile imbarazzo: le chiedo se se la sente di ripetermi ciò che ha detto al mio investigatore, se posso accendere il piccolo registratore tascabile che nel frattempo ho estratto dal taschino, mentre il mio compare inizia a scrivere in stampatello su di un foglio uso bollo che, per comodità, appoggia sul tavolo di cristallo dopo avere spostato alcuni oggetti.

    <<Dunque signora....>> inizio timidamente, perché questo è uno dei momenti più delicati nell'assunzione di un teste, si devono rispettare una serie di formalità e nello stesso tempo evitare che il soggetto cambi idea e si rifiuti di rilasciare una dichiarazione scritta <<....dunque io sono l'avvocato Manfredi Balestra....>> dico con tono il più possibile sereno, tenendo il registratore vicino alle labbra, mentre l'altro scrive velocemente. <<....lei è, mi corregga se sbaglio, D.F. C., nata a Barletta il xx/x/xxxx, ivi residente in via Nazareth, 51, e ci troviamo nel suo appartamento per sua libera ed espressa adesione al nostro invito>>. <<Si... ho accettato spontaneamente di rilasciarvi la presente dichiarazione...>>

    <<Dunque signora, lei conosce la famiglia F.?>>

    <<Quelli della bambina... sì li conosco>>

    <<Conosce qualche particolare attinente la loro vicenda giudiziaria che possa essere utile per la Difesa?>>

    Prende fiato, ha gli occhi lucidi ma si sforza.

    <<Vede... quando quel signore tanto gentile mi ha detto il motivo della sua visita...>> e indica Jonathan <<...è stata come una liberazione per me. Mi sentivo orribilmente in colpa per quanto era successo, per certi versi me ne sentivo e me ne sento ancora in parte responsabile.... ma non avrei mai immaginato...>>

    <<Vada con ordine, la prego>>

    <<Ha ragione... andiamo con ordine>>

    Stavolta mi sembra finalmente decisa, comincio a sentirmi meglio mentre lei riprende il racconto. <<Dunque, le dicevo che la Turchi, che poi è l'assistente sociale che ha fatto partire tutto con il suo rapporto al tribunale, abita in questo stesso palazzo. Oddio, non è che siamo amiche però ci si incontra per le scale o nei negozi qui intorno quando si fa la spesa... così un giorno, parlando del più e del meno, le ho detto di questa bambina dal carattere un po' chiusa, che stava nella prima elementare della scuola dove insegno. Al che lei ha cominciato a farmi tutto un discorso sul fatto che quando i bimbi sono taciturni hanno sicuramente subito un trauma e che per le statistiche il 90% degli abusi sui minori sono perpetrati da uno dei genitori, quasi sempre il padre e spesso con la complicità o nell'indifferenza della madre...>>

    <<Mi scusi, ma lei le ha riferito di un motivo particolare che potesse giustificare un pensiero del genere?>>

    <<No... assolutamente. Le ho solo detto che era una bimba difficile da punto di vista caratteriale, sperando che con la sua esperienza potesse darmi un consiglio... non avevo e non le ho riferito di motivi particolare, segni sul corpo, disegni strani o cose del genere... Era così tanto per parlare... poi credevo che gli assistenti sociali avessero.. non so... una laurea in psicologia o cose del genere, e invece...>>

    <<Ma la Turchi cosa le ha detto su Daria, che consiglio le ha dato?>>

    <<Nessuno consiglio... niente.... però alla fine si era talmente tanto interessata a questa bambina che mi ha chiesto di poterla vedere, di poter venire a scuola... io le ho detto che ci dovevo pensare... mi sono allontanata turbata, anche perché alla fine si era raccomandata di non far parola del nostro colloquio tra lei e la bimba, spiegandomi che in un certo qual modo gli assistenti sociali sono come dei pubblici ufficiali... lavorano presso le ASL....insomma danno, almeno sulla carta, determinate garanzie...>>

    <<E lei non ha potuto impedire quel colloquio>> sottolineo.

    <<No... però ho potuto assistervi ed è proprio per questo che mi rammarico di non avere preavvisato i genitori della bambina... quel colloquio è stata una cosa che mai avrei immaginato..>>

    Accendo un'altra sigaretta e comincio a sentire quella rabbia sorda che mi si manifesta con un aumento repentino dei battiti cardiaci, e quel mal di testa che inizia a picchiare forte sulle tempie mentre mi si gonfiano le vene delle braccia e stringo i pugni come quando, a tredici anni, di fronte ad un'ingiustizia che non potevo tollerare, al campetto dell'oratorio, osavo sfidare il capobanda per dare sfogo a quel insopprimibile istinto di ribellione.

    <<Come è stato quel colloquio?>> scandisco lentamente, e mi ridispongo all'autocontrollo.

    La maestra riprende il suo racconto:

    <<E' stata una cosa orribile, che stenterei a credere se non l'avessi vista e sentita in prima persona. Ha preso da una parte la bimba e poi così, nel corridoio, le ha domandato se aveva mai visto nudo suo padre, sua madre, se li aveva mai visti baciarsi, se quando faceva la pipì era suo padre che le puliva la patatina... e poi...poi....>>

    <<Poi?>> le intimo io, e questa volta capisco che nella registrazione si avvertirà il tono alterato della mia voce.

    <<Poi le ha domandato se avesse mai toccato le parti intime di suo padre o se lui l'avesse mai baciata sulla patatina... insomma una cosa orribile...>>

    <<E la bambina cosa ha detto?>>

    <<Era visibilmente sconvolta... ha cominciato a guardarmi spaventata ed io non sapevo cosa dirle... così ho cercato di interrompere quella che mi pareva, in estrema sostanza, null'altro che una violenza gratuita, e ho detto alla Turchi "la smetta... la prego... ma non vede che la bambina è sconvolta?"....>>

    <<E la Turchi?>>

    <<Quella è stata la fine, il passaggio risolutivo, al quale ho contribuito senza rendermene conto, perché è stato allora che la Turchi ha esclamato: "Esatto! E' sconvolta! Vuol dire che le mie domande le hanno fatto riaffiorare alla mente cose che non voleva ricordare..." ...ed io naturalmente le ho risposto che qualsiasi bambino di fronte a domande del genere sarebbe rimasto sconvolto... ma che modo di fare è questo?>>

    <<Poi?>>

    <<Poi basta. Se ne è andata via con la direttrice, non prima di avermi diffidato dal rivelare ad alcuno il colloquio di quella mattina... ma mi scusi avvocato... ma davvero è solo per quel colloquio che è accaduto tutto ciò che è accaduto... tutto quel male... quel dolore... quella vergogna...?>>

    <<Temo di si>>

    <<E come è possibile, ma il giudice li ha mai ascoltati i F. ... e la bambina... ci ha mai parlato il giudice con la bambina... e poi quella pazza dell'assistente sociale... ma è come dicono i giornali, davvero sono tutti così?>>

    <<Signora, quel tipo di giudici non parla neanche con gli avvocati, sebbene la legge gliene imponga il dovere... figuriamoci se ascolta i bambini...>> sto per partire con una delle mie filippiche, ma fortunatamente basta un cenno di Jonathan per riportarmi alla realtà. Ho un verbale da completare, e da domani, spero, avrò finalmente qualcosa di decisivo per rivoltare l'intera situazione. Rileggiamo quanto Jonathan ha fedelmente trascritto, firmiamo e mezz'ora dopo usciamo visibilmente soddisfatti.

    <<Vorrei mangiare del pesce>> propone Jonathan.

    <<Ottima idea...>> rispondo <<... forse conosco un posto con vista su questo mare meraviglioso... anche se ci vorrà un pochino per arrivarci>>

    <<Perché.. hai fretta per caso?>>

    <<No...>> rispondo sorridendo come non facevo da tempo, e ci incamminiamo. Ho qui nella tasca, in duplice originale, la prova della montatura, la prova stessa dell'esistenza di un'associazione per delinquere che ha fatto del professionismo dell'antipedofilia un mestiere con cui arricchirsi sulla pelle di genitori e bambini innocenti: il teste ha parlato e ha firmato.

    Non ho più fretta, dunque, finalmente posso godermi un bel piatto di pesce in questa terra meravigliosa.

     

    Come si può fare questo ad un bambino?

    Milano, 22 gennaio 2005

    Uno dei miei figli, Marco, aveva un problema alla lingua, il filetto legato. I medici a cui ci rivolgemmo ci dissero di dargli dei farmaci, degli psicofarmaci. Noi rifiutammo, eravamo contrari a quel tipo di cura. Dato che si trattava della salute di un bambino, di nostro figlio, avevamo deciso di non rischiare con quel tipo di sostanze, volevamo cercare un'altra soluzione.
    Purtroppo sottovalutammo il potere e la malvagità di alcune persone. Dopo pochi giorni successe un qualcosa di assolutamente inaspettato e spaventoso.

    La preside della scuola materna di via C. ci denunciò, sostenendo che non ci stavamo prendendo cura di nostro figlio. Lo trovammo assurdo, ma ancora non ci stavamo rendendo conto a che cosa stavamo andando incontro.

    Noi vogliamo molto bene a nostro figlio e cercammo di farlo capire a chi ci denunciò. Per quattro mesi li facemmo fare logopedia con la dott.sa D. F., cercando di aiutarlo, ma questo, per le autorità, non bastò.

    Il giudice G. firmò la sentenza; i nostri figli erano in pericolo, e andavano tolti ai loro genitori.
    Eravamo scioccati, ogni giorno avevamo il terrore che ci portassero via i nostri bambini, terrore che si tramutò in realtà il 7 luglio 2004. Due carabinieri, insieme a 4 assistenti sociali, arrivarono a casa nostra e ci portarono via i figli. Una scena che non scorderò mai, io lì, impotente di fronte ai miei bimbi che mi guardano e si aspettano una mia reazione, una mia mossa che li possa mettere in salvo, ed io invece lì, fermo, obbligato a guardare i miei figli tra le braccia di sconosciuti, allontanarsi dalla loro casa, dai loro genitori, in lacrime. Non avevo mai visto tanto terrore negli occhi di qualcuno. Come si può fare questo ad un bambino?

    Ora si trovano rinchiusi in via dei Missaglia a Milano e possiamo vederli un'ora al mese. Un'ora al mese. Tutto questo perché ci rifiutammo di dare degli psicofarmaci ai nostri bambini.

    D.D.

     

    December 11

    storie vere

    BRIAN WILSON 20 giugno 1942

    A 23 anni, Brian Wilson, cantante del gruppo dei Beach Boys, si rivolse ad uno psicologo in cerca di aiuto dopo un brutto trip di LSD. L'aiuto ricevuto fu una dipendenza da farmaci psicotropi. Wilson disse: "Ero un prigioniero con nessuna speranza di scappare". Lo psicologo venne accusato di violazione del codice etico professionale e gli fu proibito di esercitare la professione. Con il sostegno della sua famiglia e dei suoi amici, Wilson è ora tornato alla musica.

     

    BUD POWELL: 1924-1966

    Musicista e compositore di talento, nel 1945 fu ricoverato in una struttura psichiatrica dove uno psichiatra gli diagnosticò una grave forma di "mania di grandezza", perché al momento del ricovero, nel compilare modulo di accettazione, scrisse di essere un pianista e compositore di oltre mille canzoni. Powell fu subito contenuto con una camicia di forza. Negli anni successivi entrò ed uscì molte volte da ospedali psichiatrici dove fu sottoposto ad elettroshock e assunzione di psicofarmaci. La sua salute peggiorò nel corso degli anni a causa dei trattamenti. Morì a 42 anni.

    ELLIOT SMITH: 1969-2003

    Cantate e compositore, ebbe una nomination agli Oscar per la colonna sonora di un film. Elliot Smith si rivolse ad uno psichiatra di Los Angeles per risolvere il suo problema con la droga e l'alcol. Inoltre soffriva di depressione e di autolesionismo e fu trattato con "farmaci a prescrizione multipla". Smith si suicidò pugnalandosi. L'autopsia trovò nel corpo alti livelli di antidepressivi, metilfenidato e sostanze come clonazepam, mirtazapina, atomoxetina e anfetamine.

     

     

    October 16

    LA PSICHIATRIA E GLI INDIANI D'AMERICA

    Nel 1953 lo psichiatra J.T.Duston sostenne che gli indigeni erano mentalmente
    inferiori ai bianchi poichè "Il loro modo di danzare non presenta alcun movimento
    aggraziato. Un elemento di estrema importanza psicologica che va studiato con cura"
    Nel 1926 l'istituto americano Carnegie riportava in uno studio fatto che gli
    indiani d'america non possiedono molte qualità.
    diceva inoltre che loro sanno impegnarsi solo in misura ridotta e la loro capacità
    di apprendimento è limitata.E che se riescono bene nei lavori manuali è solo perchè per anni sono
    stati constantemente seguiti da proprietari terrieri bianchi"
    Nel 1950 lo psichiatra Lewis Terman affermò che Messicani, Indiani d'america e
    uomini di colore non dovevano avere il permesso di concepire figli, a causa del loro
    basso quoziente d'intelligenza.
    Infine nel 1974 il 25% delle donne indiane furono sterilizzate cosi che non potessero
    più avere figli e quindi la loro cultura non potesse continuare ad esistere.
    Questa mentalità di "razza Inferiore" è la stessa usata dagli psichiatri nazzisti al
    periodo di Hitler per fare una stage dei cosidetti "indesiderati".
    Infatti qualcosa come 300.000 persone "mentalmente difettose"
    furtono uccise dalgi psichiatri nazzisti!
     
    Queste persone sono dei criminali e vanno fermate!!!!